Ecologia

La battaglia di Notre Dame des Landes e la resistenza degli Zadisti

Dedichiamo un post alla resistenza della ZAD (Zona da Difendere) a Notre Dame des Landes nei pressi di Nantes. La ZAD è una zona occupata in risposta al progetto di costruzione di un aeroporto megalomane che prevede la distruzione di 2000 ettari di campagna e che dalla metà del mese di novembre 2012 è sotto sgombero.
Una storia di resistenza popolare che per certi versi è molto simile a quella No TAV in Val Susa (come avrete modo di leggere nei testi che abbiamo pubblicato più sotto).
Un esempio di convivenza e di lotta , che vede abitanti locali, contadini e squatters uniti contro l’ennesimo scempio ambientale deciso ai piani alti.
A seguire riportiamo due post che raccontano la storia e cio’ che sta succedendo adesso.
Il primo è un riassunto generale sui fatti e il progetto, il secondo invece è una testimonianza diretta da La ZAD.
Per approfondimenti futuri il sito de La Zad anche in italiano e o varie traduzioni dal sito Resiste!

BATTLE OF NOTRE-DAME-DES-LANDES: Megalomaniac Airport Project In Western France di CHRIS P. tratto dal suo blog http://www.chrisp.lautre.net/wpblog/?p=1187

Durante il weekend del 23-25 novembre, violenti scontri hanno avuto luogo quando la polizia militare ha attaccato degli attivisti in una zona sulla quale è prevista la costruzione di un aeroporto a Notre-Dame des Landes- una cittadina vicino a Nantes- mentre la polizia antisommossa disperdeva violentemente una manifestazione di solidarietà in centro a Nantes.
Sfortunatamente molte persone sono rimaste ferite, alcune seriamente. In ogni caso questo avvenimento ha obbligato i media corporate e nazionali e i loro politici ad ammettere pubblicamente che c’è un problema: tutto il giorno hanno trasmesso (distorte) notizie e (preconcetti) dibattiti e interviste.

Circa 40 anni fa, lo stato francese e le autorità locali hanno ideato il progetto per la costruzione di un enorme aeroporto internazionale a una 20 di km a nord di Nantes. L’ingente somma di soldi necessaria per il progetto non era disponibile all’epoca così i lavori non sono mai cominciati. Comunque nel 1974 il governo francese ha riservato l’area, dichiarandola “ Zona di sviluppo differito”! il che significava che nessuna licenza edilizia poteva essere concessa per quella zona. Questo protesse l’area dall’allora in via di sviluppo, velocissimo business agro-industriale e dalla manie dell’urbanizzazione, tanto che la Natura ebbe la meglio e si riprese le aree che non erano di privati – gli uccelli tornarono mentre piccoli contadini poterono continuare con l’agricoltura tradizione sui loro appezzamenti privati.

L’area è una zona umida. Nel frattempo si è scoperta l’importanza delle zone umide per il clima globale, così che la legge francese adesso richiede alle compagnie e istituzioni che distruggono queste zone umide per i loro progetti di crearne altre della stessa grandezza, nella regione o da un’altra parte nel Paese.

Nella metà degli anni 2000 il progetto è stato ripescato dal dimenticatoio, principalmente supportato dal sindaco di Nantes, , Jean-Marc Ayrault, che è diventato Primo Ministro di Francia qualche mese fa, sulla scia delle elezioni nazionali. Il contraente principale della partnership pubblico-privata è la società di costruzioni Vinci, alla quale è stata affidata  la costruzione del East End Crossing (Le Figaro, 21-11-2012),un ponte sul fiume Oio, da Louisville, Kentucky, all’Indiana del sud e l’ Atlantic Bridge in Panama (Le Figaro, 15-11-2012). Il Prèfet, rappresentante locale del ministro dell’interno- che era in carica fino al 2009 e che supportò il progetto, non appena il suo mandato ufficiale terminò ebbe immediatamente una posizione nella Vinci, così che gli oppositori sospettarono che lui lavorasse già per la compagnia in qualità di funzionario.

La Vinci non intende provvedere alla creazione di un’altra area umida in questo progetto, facendolo diventare illegale. I sostenitori del progetto hanno tentato di minimizzare il problema dicendo che è l’unico problema che non è stato ancora risolto, ma, come dato di fatto, è un problema del SINDACO, che decide se l’intero progetto non è a norma di legge.

Quando il progetto fu ideato, il kerosene era ancora economico e, sulla base dello sviluppo del traffico aereo dell’epoca, calcolarono che l’aeroporto esistente di Nantes, si sarebbe saturato entro il 1983-84. Comunque sia, nel 2012 l’aeroporto è utilizzato solo al 75% delle sue capacità.

Resistenza

Il progetto era annegato nel dimenticatoio, così che l’iniziale resistenza del contadini locali e degli abitanti si ridusse subito. Ma quando fu ritirato fuori dai files dell’amministrazione nel 2005, la popolazione direttamente coinvolta formò L’ ACIPA (associazione intercomunale delle Popolazioni impattate), che organizzò la “settimana della resistenza” mostrando documentari, organizzando dibattiti e concerti. Gli allora oppositori decisero di occupare l’area, di insediarsi in case abbandonate e di costruire cascine di legno. E poi l’acronimo ZAD (che stava per zone di sviluppo differito) divenne Zone A Defendre” (zona da difendere) ci racconta Kevin che vive lì da 3 anni “[…] per esempio alcune persone hanno degli orti collettivi per produrre verdure e cipolle. Altri sono più individualisti. Una fattoria di vegetali, ne produce in grandi quantità. Un panettiere fa pane gratis due volte alla settimana. Un contadino fa formaggio di capra. Alcuni passano gli anni costruendo case. Le case abbandonate vengono ristrutturate. Laboratori vengono dedicati per riparare macchine e biciclette. E’ stato costruito un teatro. Ci sono librerie e giornali che raccontano le news riguardanti le attività dei 35 siti nell’area. Abbiamo anche spettacoli. Usiamo le nostre automobili per raccogliere le immondizie e il cibo dai supermercati. Quel cibo ci viene dato e lasciato in un posto chiamato La Planchette così che tutti possano servirsi da soli” (CQFD nr 105 – novembre 2012).

I vari gruppi di resistenza non sono mai stati uniti. I contadini e gli abitanti erano sospettosi e riluttanti di allearsi con attivisti ambientalisti o squatter anarchici. Anche i gruppi attivisti erano abbastanza differenti l’uno dall’altro: Caroline quottata nel CQFD dice “[…] Noi siamo tutti anti-produzione, anticapitalisti, antiautoritari e il nostro desiderio comune è quello di vivere differentemente, ma il nostro modo di farlo è differente per ognuno di noi. Alcuni vivono in capanne sugli alberi. Altri abitano in casa con il relativo comfort dove tutti possono servirsi. […]”(CQFD nr 105 – novembre 2012).

Poi, il 16 ottobre, la polizia militare ha attaccato il sito, distruggendo le capanne e sgomberando gli insediati. I diversi gruppi resistenti cominciano ad avvicinarsi l’un l’altro. Nei giorni seguenti, la minaccia della polizia continua. Contadini locali e abitanti della zona abbandonano i propri sospetti verso gli attivisti e dichiararono la loro solidarietà.

Il 17 novembre, un’enorme manifestazione *(380000 persone da tutta la Francia e da altri paesi) ha avuto luogo nell’area. Personaggi importanti dei così detti partiti verdi e di sinistra, si sono affrettati sul luogo per cooptare la lotta. Ma non gli è stato permesso di fare discorsi. La manifestazione venne vista dai resistenti come una vittoria.

* http://www.chrisp.lautre.net/gallery/thumbnails.php?album=23

Poi venerdì 23 novembre, la polizia ha attaccato l’area, combattendo fino al giorno dopo. Sabato 24, un’altra manifestazione in centro a Nantes è stata attaccata altrettanto violentemente davanti alla Prefettura.

E’ stato uno shock. Qualche politico eletto si è incatenato ai cancelli della prefettura per protestare contro l’azione poliziesca. Membri dei partiti verdi nel governo hanno ottenuto un rinvio di 6 mesi del progetto per permettere uno studio dell’impatto ambientale. Il resistenti non sono convinti e pretendono che la polizia venga tenuta lontana dall’aera prima di accettare qualsiasi discussione con le autorità.

Vedi:

http://zad.nadir.org/spip.php?article656
http://actualutte.com/livenddl/
http://www.cqfd-journal.org/

Il secondo articolo:
Contadini ribelli e inutili aeroporti. La ZAD la piu’ grande occupazione post-capitalista della Terra in Europa
Tratto da squat.net a questo link

Ottobre 2012, Notre dames des Landes, France.

Chris si sporge, le sue lunghe dita cercano di digitare i tasti sull’autoradio “Sto cercando di trovare la 107.7 FM” una esplosione di musica classica frammentata da pop tamarro. “Ah! Ecco ci siamo!” Un passo di musica di un plastico jingle aziendale trafigge gli speakers: “Radio Vinci Autoroute: Questa è la previsione del tempo per la regione centro-occidentale … vi auguriamo una guida felice. Info del traffico a seguire.”Chris sorride.

La strada è stretta e tortuosa fiancheggiata da rigogliose siepi. Nell’oscurità la sagoma spettrale di un gufo attraversa i nostri fari. Ci tuffiamo in una valle boscosa, il segnale radio comincia a saltare. La voce femminile si frattura staticamente, le parole si sintonizzano un colpo si e uno no e poi un altro tipo di suono si inserisce nelle onde radio.
Usciamo dal bosco su un altipiano, il segnale pirata diventa più chiaro, per un momento due voci disturbate si mescolano- il suono prevedibile di Radio Vinci combatte con qualcosa di molto più vivo, qualcosa di crudo- una frequenza di carne e sangue.

“Gli sbirri hanno lasciato la Zona per la notte … per fortuna …. Yeah! Continuiamo tutti così! …… ”
C’è un momento di silenzio, sentiamo respirare poi un urlo al microfono “Questa è Radio Klaxon … Klac Klac Klac” sentiamo le sue emozioni diffondersi attraverso le onde radio ”Sono le nove e 35”  lei ride e mette su una cassetta, un’appassionata chitarra pompa flamenco nell’auto.

Siamo entrati ne La ZAD (Zone A Défendre/Zona Da Difendere) – Il più grande campo di protesta post-capitalista – una specie di occupazione rurale nell’estremo est della Britannia, a mezz’ora d’auto dalla città di Nantes. Come una costellazione ribelle distribuita su 4000 ettari di foresta, campi agricoli e paludi, prende la forma dalle vecchie fattorie e dai campi occupati, fienili DIY, capannoni riciclati, teatri e bar lastricati dai pallet industriali, cabine costruite con tutta l’immondizia del mondo, capanne arroccate spaventosamente in alto sugli alberi e una moltitudine di altre fantasie architettoniche disobbedienti.
La ZAD è stata un laboratorio per modi diversi di vivere al di là del capitalismo già dal French Climate Camp del 2009. Al campo attivisti e locali misero insieme un appello perché la gente venisse a vivere nella Zona per proteggerla. Adesso ci sono mandrie illegali di capre e panetterie bio, ciclo-workshop e alveari, fattorie che funzionano e cucine comunitarie, una piccola fabbrica di birra, una biblioteca itinerante e anche una stazione radio pirata: Radio Klaxon. Emette da un luogo segreto da qualche parte nella “Zona”, la stazione approfitta delle onde di Radio Vinci Autoroute” il canale di informazioni del traffico gestito alla Vinci per il suo network privato di autostrade francesi. La più grande multinazionale di costruzioni, costruttori di centrali nucleari, miniere di uranio in Africa,oleodotti, autostrade, parcheggi e l’infrastruttura del iper-capitalismo ovunque, accade che la Vinci è la compagnia commissionata dal governo francese per ricoprire questo paesaggio con il cemento e per aprire entro il 2017 il nuovo aeroporto di Nantes (ce ne ha già uno). Insomma questo è il piano.

L’ironia di questa terra di piccoli campi a scacchi incorniciati per chilometri di ricche siepi, è che a differenza del resto della Francia, è sfuggita  al processo di raggruppamento degli anni ’60 che ha annientato i modelli antichi di campo per  aprire ai grandi appezzamenti di terreno per l’agricoltura industriale. Se il progetto originale dell’aeroporto, studiato per ospitare il Concorde, avesse avuto successo, questa terra sarebbe stata sotto l’asfalto già dal 1985, per fortuna non è stato mai costruito così il vecchio mosaico di campi è rimasto intatto, come pure gli sbiaditi segnali dipinti ancora ai tempi della prima manifestazione di protesta 40 anni fa, posizionati lungo la strada dai contadini locali che portano la scritta: No all’aeroporto!

La nostra auto arriva fino a “la Vache Rit” (la mucca che ride) un quartier generale temporaneo situato in una stalla gigante che appartiene a una delle decine di agricoltori locali, che ha rifiutato di vendere le sue  terre allo Stato.

Un murales sulla facciata mostra un aeroplano travestito da balla di fieno con un contadino indignato,con il forcone in mano che gli grida contro: “Tu non vieni con noi!” Dentro alla stalla, centinaia di persone sono sedute in cerchio, anziani con i capelli bianchi, contadini in tute fangose, qualche hippy, altri con felpe nere corredate da torce e una manciata di cani. Il cibo è stato cucinato e la gente sta organizzando il più grande free shop che io abbia  mai visto (uno spazio dove non è necessario lo scambio di denaro). Lunghi tavoli  stanno sotto pile di vestiti tutti ben piegati e ordinati secondo una logica: maglie, pantaloni, impermeabili, stivali (con scatole per ogni differente taglia) c’è anche una scatola con scritto calzetti sporchi sotto una riempita con quelli puliti. Gli abitanti dei villaggi circostanti di Notre Dames del Landes li lavano regolarmente. Su un altro tavolo un mucchio di medicinali, mentre in cucina si scola la pasta. Sostenitori da ogni angolo della Francia hanno donato tutto questo materiale nelle ultime settimane, da quando lo sgombero è iniziato.

Il 16 ottobre 1200 poliziotti in tenuta antisommossa hanno invaso la ZAD. Quella che per 3 anni è stata una zona libera e autonoma si è trasformata in poche ore in un settore militarizzato. Blocchi stradali hanno sigillato l’area, La Guardia Mobile (una unità mobile militare) sciamava ovunque e i bulldozer rombavano attraverso i campi. Nonostante la resistenza degli Zadisti in due giorni lo Stato ha distrutto 9 dei 12 posti occupati. In un solo giorno, sono stati sparati 250  colpi di lacrimogeni  contro il mercato ortofrutticolo, come per contaminare le verdure che fino a quel momento avevano sfamato più di 100 Zadisti ogni settimana. Una dichiarazione di guerra vera e propria: tagliare i viveri.

Nel pomeriggio i convogli di camion protetti da furgoni antisommossa hanno portato via ogni segno di abitazione – ogni grumo di macerie o cocci di mobili rotti, stoviglie e giocattoli per bambini rotti – tutto – niente è rimasto a parte fango e le cicatrici delle tracce bulldozer. Questo atto di cancellazione non è stato fatto solo per rendere impossibile che le macerie venissero utilizzate per ricostruire le case, ma soprattutto con lo scopo di eliminare tutte le tracce della storia. Le rovine trattengono memorie e storie e, un principio della resistenza è che le storie alimentano le lotte.

“Il movimento è finito”… dice alla stampa il rappresentante locale del ministro dell’interno Patrick Lapouze: “per due anni … è stata una zona illegale. Non posso neanche andare là senza la protezione della polizia e se ci vado mi tirano pietre contro l’auto” Sembrando più uno “sceriffo” del selvaggio west che un pubblico funzionario del ventunesimo secolo continua: “Gli impediremo di tornare … visto che sono solo in 150 rinchiusi in una stalla, non resisteranno a lungo!”
Alzando la posta in gioco finisce il suo discorso: “ Se la Republique non è capace di reclamare le sue terre, allora ci dovremmo preoccupare per la Republique”. Non appena queste parole hanno abbandonato le sue labbra l’immagine di una signora anziana che raccoglie secchi di lacrimogeni dal suo orto, vecchie masserie distrutte e contadini spinti in giro dalla polizia antisommossa circolavano in tutto il paese toccando un nervo scoperto.

L’aeroporto è il progetto prediletto dell’ex sindaco di Nantes, adesso primo ministro Jean Marc Ayrault. Nick soprannominato “L’ Ayraultporc” (un brillante gioco di parole che fonde aeroporto e e porco) le cui quotazioni avevano già toccato il fondo prima di tutto questo, sembra che adesso la sua megalomane visione, potrebbe essere una spina nel fianco più grande di quello che lui avrebbe mai potuto immaginare.Ayrault ha promosso il progetto come un aeroporto “verde”. Si pianifica di lasciare i tetti ricoperti di piante, le due corsie sono state progettate per ridurre al minimo il rullaggio per risparmiare sulle emissioni di CO2 e un progetto biologico supportato dalla comunità con lo scopo di nutrire i suoi dipendenti. Il prossimo anno Nantes celebrerà il suo ultimo premio: European Green City 2013. Chiamarla doppiezza è generoso.

Secondo un recente report un centinaio di milioni di persone morirà a causa del clima nei prossimi 18 anni. L’80 percento dei morti sarà in paesi con basse emissioni. La catastrofe climatica non è solo una minaccia per il nostro ecosistema e le specie con cui dividiamo la biosfera, ma è una guerra violenta contro il povero. Una guerra a colpi di acciaio e cemento, asfalto e plastica, una guerra con una bomba ad orologeria che ticchetta sotto l’artico. Intrapreso dalla logica della crescita e travestito come la vita di tutti i giorni secondo il capitalismo, il cambiamento climatico è la guerra che potrebbe porre fine a tutte le guerre e a tutta la vita con esso.
Chiamare un aeroporto verde è cinico come chiamare un capo di concentramento umano. Forse in futuro se saremo abbastanza fortunati per  averne uno, i nostri discendenti contempleranno le rovine dell’aeroporto come noi contempliamo adesso i siti dei mercati di schiavi del 18esimo secolo e ci chiediamo come una cultura possa aver permesso che succedesse qualcosa di così barbaro e tanto apertamente.

Sono quasi addormentato nel Cent Chenes (le cento querce).Per tre anni la gente del movimento post-capitalista di tutta Europa hanno intrapreso la loro strada qui per costruire vite alternative e gettare una nuova geografia sulla cartografia del capitalismo.
Vi è tutta una deliziosa serie di toponimi nuovi, tra cui: La Bellishrut, Pinky, La Saulce, Phar Wezt, No Name, La Cabane des filles e il mitico Le Sabot (lo zoccolo), chiamato così per il suo riferimento alla vita contadina ma anche per il fatto che è la radice della parola Sabotage, che significa letteralmente gettare uno zoccolo  negli ingranaggi della macchina.

So poco, fin che sogno di cani poliziotto che divorano gatti a righe, riguardo all’Uragano Sandy che si è appena abbattuto su Haiti ed è sulla sua strada per New York. L’ultima volta che ero in questo bellissimo pagliaio costruito interamente con tutta l’immondizia del mondo stavo lavorando nella panetteria (fornendo  giornalmente pane biologico ai zadisti e il vicinato) e in un enorme giardino di permacultura* .
Con la minaccia di espulsione il panettiere mosse il suo forno in un luogo più sicuro (cioè legale) nelle vicinanze e gli altri abitanti inclusa Katell, che insegna nella scuola elementare locale, spostò tutto ciò che era di valore in una casa sicura. Adesso Les Cent Chenes è un fantasma di ciò che era ed stato trasformato in uno spazio collettivo come dormitorio per attivisti che sono approdati qui da tutto il Paese e dall’estero, per contrapporsi allo sgombero con i propri corpi. Noi dormiamo qui per essere pronti quando la polizia arriverà nelle vicinanze del  Le Sabot, che è ancora nostro.

Le Sabot è il mercato ortofrutticolo adesso contaminato dai gas CS.
E’ nato nell’estate del 2011 quando più di un migliaio di persone armate con pala e semi, coordinate dal movimento radicale internazionale di giovani coltivatori Reclaim the Fields, occupò un paio di acri di terra nel centro della Zona e in giro di una notte lo trasformò in una fattoria di vegetali. Aveva la sua capanna a due stanze, una doccia solare e adesso un attico fatiscente sul tetto per arrampicarsi in caso di sgombero.
L’unione di resistenza e alternative tangibili, Le Sabot riflette la politica post-capitalista di rifiutare la separazione tra critica e costruzione, il si e il no.

Ho passato la giornata con Ishmel, un artista/attivista e uno dei fondatori della French Clown Army (l’esercito francese dei clown).
La sua casa La Bellishrut è stata bruciata la scorsa settimana.”Come fai ancora a sorridere?” gli ho chiesto mentre camminavamo attraverso la fitta rete di sentieri verdi che unisce i punti di questa costellazione ribelle.
“Non mi interessano le cose materiali, quando costruiamo qualcosa sappiamo che non sarà per sempre”.
Abbiamo costruito barricate fino al tramonto. Ishmel è riuscito a entrare in possesso di un vecchio set che il Teatro dell’Opera di Nantes ha buttato via, è capitato che fosse appartenuto ad un opera sull’olocausto. Gli enormi pannelli di legno rendono perfettamente surreale il materiale per la barricata.

Dallo sgombero è cominciata l’arte di costruire barricate che impegna la vita di ogni giorno. Ovunque tu vada c’è un piccolo gruppo che trasporta materiali attraverso i campi per costruire un’altra barricata.
L’idea è di rallentare l’avanzata delle autorità, che hanno soprannominato la loro operazione “Cesar”, forse riferendosi al villaggio resistente gallico di Obelix e Asterix. La polizia ha fatto pausa nel week end e così la costruzione delle barricate è visibile a tutti. Adesso ce ne sono alcune che sorgono sulle strade principale come nelle corsie verdi.
Il moltiplicarsi di barricate differenti riflette le differenti culture a La ZAD. Quelli che abitano nelle case sugli alberi nella Rohanne Forest hanno chiesto alla gente di non tagliare alberi vivi per farle, in un’altra parte della Zona un gruppo di attivisti armati di motoseghe invece hanno tagliato diverse querce e le hanno legate tra loro con corde di acciaio. Sul crocevia ci sono almeno 20 barricate. C’è un’enorme covone di paglia con dietro barili di petrolio pronti per essere accesi quando la polizia attaccherà, c’è un muro d’acciaio di sitex – pannelli per evitare l’occupazione generalmente piazzati su porte e finestre di case disabitate-  accuratamente saldati insieme e uno fatto da decine di pali di bambù che spuntano fuori dall’asfalto, decorati con ruote di bicicletta. Nel mezzo di tutto questo si trova la cucina improvvisata con il suo forno a legna mobile costituita da un bidone di petrolio.

Un gruppo affine armato di smerigliatrici angolari senza filo e piccone ha lavorato giorno e notte per tagliare delle enormi trincee sulle strade- in alcuni casi diversi metri più larghe e profonde dell’altezza di un uomo adulto. Ishmel mi dice che ieri alcuni lavoratori temporanei sono venuti per riaggiustare alcune delle reti più piccole (che non erano circondate dalle barricate).La gente ha parlato a questi lavoratori per cercare di persuaderli, di andarsene e di non fare il lavoro sporco della Vinci. Nonostante il loro boss al telefono cercasse di obbligarli a procedere, se ne sono andati e hanno lasciato il buco sulla strada. Uno di questi più tardi ha detto “ Quello che mi disturba di più è che vengo da queste parti e (togliere le barricate permette alla polizia di circolare) mi sento come se aiutassi a distruggere la casa dei miei vicini.” Ci sono stati anche casi di poliziotti locali che hanno rifiutato di partecipare all’operazione.

Il fragrante cielo autunnale è costellato di sciami di stelle. La luna piena getta le ombre delle querce sui campi. Finiamo la serata a Le Sabot, dozzine di persone sedute attorno al falò mangiano una deliziosa Dauphinoise (un piatto caldo di patate e aglio), guarnito con i funghi appena raccolti. Radio Klaxon suona in sottofondo come sempre: “Abbiamo delle notizie: altri 115 furgoni della polizia sono stati avvistati sull’autostrada in questa direzione.” Ce ne sono già una 30ina parcheggiati per la notte nelle vicinanze della soprannominata Disco Paradiso, sembra che la seconda ondata dell’”Operazione Caesar” avrà luogo domani. Laura, che è stata sintonizzata tutto il giorno con il walky-Talky per coordinare la difesa, prende un pezzo di gesso e scrive con rabbia sulla lavagna che veniva usata abitualmente per segnare i giorni di semina e di raccolta: NON!(NO!)

Sono le 6 di mattina. Camminiamo attraverso la fitta nebbia del mattino. Sagome nebulose ci appaiono dal niente sulla stradina, la gente sta tranquillamente lavorando sulle barricate. Trasportiamo una piccola radio, il dito segue il battito del hip-hop latino di Cypress Hill che ci tiene svegli: “Quando arriva la merda è meglio essere pronti” Il caffè viene distribuito al Le Sabot. Laura è attaccata al suo walky-talky. Gwen, si lega una T-shirt intorno alla testa per farsi un passamontagna DIY dal quale si possono vedere ancora i suoi occhi che sorridono sfacciatamente. Si arrampica sulla prima barricata sulla quale Ishmel ha piantato un mazzo di fiori la notte prima e appende un enorme segnale su un albero con scritto: Zona di Lotta: qui comanda la gente e il governo obbedisce. E’ una frase presa dalle comunità indigene autonome zapatiste in Chiapas.Messaggi di solidarietà sono arrivati dal Chiapas e alcuni attivisti sentono un forte legame con i ribelli mascherati che dal 1994 hanno costruito zone libere dallo Stato e dal capitalismo nella giungla del sud del Messico. Molti zadisti indossano maschere durante le azioni, per impedire di venir identificati dalla polizia, ma anche per essere sintonizzati con lo spirito del zapatismo, dove le maschere ti nascondono e contemporaneamente ti rendono più visibile e in questo modo essere nessuno e tutti al contempo è una sorgente di libertà.

“Stanno arrivando!”grida Laura!La capanna si svuota eccetto che per Marie, capelli grigi sulla sessantina, che continua a cucinare indipendentemente dalle notizie dell’attacco.
Attraverso la nebbia si può vedere lo scintillio di decine di scudi antisommossa avanzare lungo la corsia in direzione di Le Sabot. Il tempo corre: si da fuoco alla barricata, enormi fiamme tagliano la luce dell’alba, sentiamo il rumore secco dei lacrimogeni sparati verso noi; verdure marce, bombe di vernice e pietre attraversano ad arco il cielo.
Vedo Gwen correre attraverso il campo tenendo in mano uno degli scudi che si è costruito tanto amorevolmente:”State attenti state camminando sulle nostre barbabietole” dice. Inizialmente non distinguiamo i gas CS dalle nebbia del mattino, poi lo nostra pelle comincia a gridare di dolore, Ishmel ci passa succo di limone. Lo scoppio assordante delle granate sparate da diversi chilometri di distanza tuonano attraverso l’altopiano, Radio Klaxon ci dice che hanno attaccato la foresta simultaneamente e stanno cercando di prendere la gente sugli alberi.

Alla polizia ci vogliono diverse ore per oltrepassare le barricate e raggiungere Le Sabot, al momento del loro arrivo nel giardino la maggioranza di noi si è già dissolta nel paesaggio. Poca gente è rimasta sul tetto della capanna e Marie continua a cucinare dentro.” Non vi sbarazzerete mai di noi” grida una donna con una bandana rosa dal tetto “noi torneremo e pianteremo ancora i nostri ortaggi!”

Sentiamo il suono di una banda di samba da lontano. Cerchiamo di seguire il ritmo per provare ad incontrarci, ondeggiando tra i campi e le siepi per cercare di evitare la polizia antisommossa. Passiamo attraverso un campo di mais molto alto, alcuni trattori e un’ enorme macchina per la raccolta lo stanno arando.
Per un attimo l’immagine di una vita agricola normale in contrasto con le case in fiamme e i proiettili di gomma volanti sembra un po’ contrastare, ma poi ci accorgiamo che è Sylvain Fresneau a guidare la macchina. Fresneau è uno dei 100 contadini locali che sta per subire l’espropriazione. Si è rifiutato di vendere allo Stato. Sulla strada vicino al suo campo ci sono trenta trattori con la bandiera della Confederation Paysan (sindacato dei contadini indipendenti) contrapposti a un cordone di polizia antisommossa. Il trattore avrebbe dovuto raggiungere Le Sabot in solidarietà, ma è rimasto bloccato lì. Sembra comunque che comunque abbiamo concesso a Fresneau di raccogliere il suo silaggio. Per Fresneau riuscire semplicemente a fare il suo lavoro di ogni giorno su questa terra è un atto di resistenza.

Finalmente ci incontriamo con gli attivisti samba. Hanno marciato attraverso i campi dalla parte della Zona dove i bulldozer stanno sgomberando le barricate dalla strada e le reliquie di rifiuti della rivolta dall’asfalto.
Seguiamo la band all’interno della foresta vicino, suonano sotto le case sugli alberi, la polizia qui non è ancora arrivata. Come un agile spirito degli alberi, Natasha scivola giù dalla sua piattaforma.
Rotoli di corda e moschettoni stridenti  sono appesi al suo imbrago. Alcuni sotto hanno raccolto dei funghi chiedendosi di che specie sono. Un botanico professionista, Natasha subito li identifica: “è una Russule super gustosa!” dichiara prima di arrampicarsi con grazia di nuovo sulla cima del suo albero.

Più di chiunque altro lei sa di come gli ecosistemi sono reti di relazioni complementari, costantemente nel processo di diventare sempre più complessi e diversificati. Capisce l’unità nella diversità che rende i ricchi strati interdipendenti della vita all’interno di questa foresta e ha orrore del vuoto culturale che vuole annientarla. Ci sono state altre culture simili, culture che hanno perso il contatto con l’ecologia e attaccate a credenze radicate. Hanno distrutto i sistemi che davano loro da  vivere e sono collassati. Rubare il futuro per pagare il presente era il segno distintivo di tutte quelle civiltà le cui rovine ora sono disperse nei deserti.

Il governo ha detto che vuole “pulire” La ZAD prima di Novembre 2012 così che si possano cominciare le indagini archeologiche e scambiare servizi di ecosistemi.

Per legge i promontori di tutti i bacini idrografici devono essere protetti e per ogni zona umida distrutta devono essere create due  altrove. Vinci tuttavia, sta cercando di sfidare queste legge in tribunale, il verdetto verrà emesso il prossimo mese.

Se il progetto dei servizi per l’ecosistema va avanti è stato pianificato di spostare delle salamandre da dodici altre paludi per un nuovo habitat. E’ la contorta logica del capitalismo che pensa che puoi scambiare un ecosistema con un altro, una mentalità di mercato dove tutto diventa comodità- una cosa extra dal contesto. Sono i sussulti finali di una cultura che ha dimenticato che il nostro mondo è fatto di relazioni e non di cose.

Lo stato sostiene che distruggere le case e i giardini dei Zadisti avrebbe demoralizzato il movimento. Pensano che questo collasserà non appena il materiale base sarà rimosso. Ma è successo proprio il contrario.”La nostra casa non è solo muri di pannocchia o balle di fieno, mattoni e mortai” dice Sara, la cui casa è stata rasa al suolo la settimana scorsa, “ma la terra e i vicini con le loro connessione che si sono rinforzate durante lo sgombero”. Non si tratta solo di amicizia tra attivisti sulle barricate, ma anche del  complesso sistema di relazioni tra Zadisti, contadini locali che si è evoluta.” E’ stato un’altalena continua nel corso degli anni, continua Sara. “Ci sono stati momenti di forte vicinanza ma anche di reciproci fraintendimenti e diffidenza. Ci sono enormi differenze ideologiche tra noi squatters e la gente dell’ACIPA (l’ONG contro l’aeroporto costituita dai residenti e i contadini locali)  ma dallo sgombero, si sono creati nuovi livelli di mutuo aiuto e supporto reciproco che una volta sarebbero sembrati inimmaginabili.

Non solo Sylbain Frenau ha aperto il suo fienile come HQ (quartier generale) per tutti, ma l’ACIPA ha predisposto un luogo per assemblee giornaliere per portare i nuovi arrivati nella Zona e resistere allo sgombero, contadini e locali si sono messi come scudi umani tra attivisti mascherati e polizia antisommossa,altri hanno aiutato nella costruzione di barricate con i loro trattori e prestato le motoseghe. Lo Stato francese e i giornali hanno cercato di  minare proprio questo tipo di condivisione e di sostegno nel corso degli anni, etichettando i gli squatters  come degli Ultragauche (estremisti di sinistra).

Un termine mitizzato inventato dal nevrotico governo, Ultragauche è stato usato per criminalizzare il movimento anticapitalista antiautoritario e gettare  un’ombra di terrorismo su chiunque sia influenzato dalla così detta: “setta insurrezionalista” come è scritto nel famigerato libro del presentatore della tv americana Glen Beck, in accordo con la destra – L’insurrezione che viene.
Il termine è un’arma di repressione utilizzata per dividere i manifestanti “buoni” dai “cattivi” e per impedire movimenti diversi che ne possono derivare.

Quello che il governo non può controllare è un movimento in cui gli agricoltori arando e piantando monocolture si ribellano fianco a fianco con “Permaculturisti” che praticano la coltivazione senza scavare, dove i sindacalisti più anziani siedono agli incontri a fianco  di giovani anarchici che pretendono un’ identità al di là del lavoro che fanno , un movimento in cui comunisti libertari insegnano ai pensionati come foraggiarsi di alimenti selvatici e gli e vegani anticivilizzazione prendono in prestito gli strumenti da produttori di latte.

E ‘la diversità dinamica degli ecosistemi che li fa rimanere forti e resistenti agli urti, i movimenti che trovano unità nella diversità sono molto più difficili da distruggere che le case e le foreste e il nuovo governo socialista questo lo sa.

Sono già tre settimane da quando lo sgombero è cominciato. Le Sabot e Les Cent Chenes sono stati rasi al suolo come molti altri spazi. Due fattorie occupate sono ancora in attesa dei documenti di sfratto, mentre ogni volta che la polizia abbatte le barricate intorno al Wezt Phar , ne spuntano altre  nuove come funghi – mentre scrivo, le sue case sugli alberi e la grande cucina comunitaria rimangono intatte e le persone stanno già ricostruendo in angoli e anfratti nascosti della zona.

Grazie alla pressione del governo per lo sciopero della fame da parte dei contadini l’estate scorsa, I locali che si sono rifiutati di vendere non possono essere sgomberati fino a quando tutti i ricorsi  legali non sono terminati. Il processo riguardo la distruzione delle zone umide terminerà alla fine di dicembre.

In molte lotte il momento dello sgombero tende ad essere il canto del cigno dopo il quale il movimento svanisce. Ma qui è successo quasi l’opposto, qualcosa di questa lotta per salvare la ZAD è entrata nella gente. Le ultime tre settimane hanno completamente trasformato questa lotta da un dibattito relativamente locale a un problema di importanza nazionale. Tutti sul territorio si aspettavano dai media immagini di giovani mascherati che tirano molotov (ne sono state tirate solo 3 in tutto!) e giocare la carta della “Ultragauche”che avrebbe dovuto spaventare la gente e aprire le porte alla repressione poliziesca più dura. Ma questo non è successo anzi la solidarietà ha cominciato a crescere e crescere. Gruppi di supporto sono nati in ogni città e paesino della Francia.
Assemblee, manifestazioni e azioni si sono propagate da Tolosa a Strasburgo, da Bruxell a Besançon: graffiti e stiscioni sono apparsi su dozzine di cavalcavia autostradali, un esercito di clown ha invaso gli uffici della Vinci, in migliaia hanno manifestato a Rennes, Nantes e Parigi, blocchi del traffico a Nantes, il parcheggio della Vinci occupato ed è stato reso gratuito per gli automobilisti, lo studio del programma radio nazionale è stato invaso e un comunicato letto in diretta, in una scenetta di teatro di strada rappresentava la Vinci che sposa lo Stato e alcune finestre del quartier generale del partito socialista sono state spaccate.

Le testate sulla stampa regionale e nazionale incluso Le Monde, cominciano a parlare della ZAD come la “nuova Larzac”. All’inizio degli anni ’70 la Larzac era una zona rurale nel sud della Francia dove un movimento di massa portò i contadini e gli attivisti insieme conto l’espansione di una base militare. E’ stato una battaglia iconica non solo per aver legato due culture radicalmente differenti ma anche perché hanno vinto. Nel 1981 l’appena eletto presidente socialista François Mitterrand cancellò il progetto. Il nome La Zad come nuova Larzac è come se una piccola band rock emergente venisse etichettata come la nuova Lady Gaga!

Il discorso si è allargato troppo. Molti adesso vedono la possibilità di costruire un aeroporto come un altro sintomo della totale mancanza di contatto con la realtà. E’ una scelta di un’altra epoca, un epoca in cui il cambiamento climatico e il picco del petrolio non erano ancora una minaccia, un’epoca dove l’ideologia di crescita infinita era quello che veniva definito progresso, un’epoca dove la gente parlava di crisi economica e non dell’economia come crisi. Sembra che ciò che tocca la gente sia la distruzione di modalità di vita che rifiutano di essere parte di una società così antiquata.
E ‘la ferma posizione dei coltivatore, che rischiano tutto per poter continuare a produrre cibo dalla loro terra che ci tocca profondamente. E’ la vita semplice dei Zadisti, vissuta secondo la loro passione e i loro bisogni che ci regala scorci di futuro e di presente. Queste cose fanno sentire ancora di più che è un aeroporto costruito per ego politico, multinazionali e profitti. E adesso non è nemmeno più questione di un aeroporto, ma di fare una scelta se oliare la macchina suicida che distruggerà il futuro o diventare il sasso nella scarpa e aprire a nuove visioni di ciò che significa vivere.

Un anno fa i Zadisti lanciarono un appello per una giornata di Rioccupazione che doveva aver luogo 4 settimane seguenti il preannunciato sgombero. Hanno chiesto alla gente di portare martelli, tavole e picconi per rioccupare la terra e costruire. Quando hanno scritto questo testo pochi hanno realizzato che lo sgombero avrebbe trasformato La Zad come in un nome di famiglia. La data è stata decisa per il 17 novembre. Ogni martedì delle ultime 3 settimane, 150 persone si sono organizzare a Nantes per pianificare la rioccupazione. Ci sono gruppi di architetti locali e carpentieri impegnati a disegnare la casa delle assemblee, enormi cucine per catering stanno preparando cibo da tutta l’Europa per migliaia di persone; 200 trattori sono stati mobilizzati, contadini artisti e attivisti da Moribhan stanno ideando un bagno e un blocco docce completo con catapulta; un kit per una casa è pronto per essere portato 800 km da Digione e si sentono voci che dicono che qualcuno vuole costruire una torre speciale nel campo in cui è prevista la torre di controllo.

Quante persone approderanno il 17 novembre non lo sa nessuno, quante case e fattorie verranno ricostruite è un mistero, quello che è chiaro è che il movimento è lontano dall’essere giunto alla sua fine, anzi si potrebbe dire che tutto è appena cominciato!

Tratto da www.affinitalibertarie.noblogs.org

Per ulteriori informazioni: Z.A.D.

Critica alla dottrina delle piante geneticamente modificate

in agricoltura

      La diffusione delle attuali biotecnologie agrarie è materia di dibattito all’interno della comunità scientifica e sociale. L’impiego di piante geneticamente modificate ha come obiettivi dichiarati la riduzione dell’insicurezza alimentare e la riduzione degli impatti ambientali rispetto all’agricoltura convenzionale. Vi è dunque la necessità di verificare se le attuali biotecnologie agrarie sono coerenti con gli obiettivi dichiarati.

      Per modificazione genetica di una pianta si intende il processo attraverso il quale il genoma di una pianta viene alterato in seguito all’introduzione di uno o più geni estranei al patrimonio genetico originale. L’introduzione del transgene segue due modalità: un metodo biologico sfruttando il battere Agrobacterium tumefaciens o un metodo fisico, il metodo biolistico. La trasformazione delle piante non è un processo certo e deterministico. Vi sono effetti indesiderati ed imprevisti dovuti alla trasformazione. Alcuni effetti indesiderati emergono solo durante la coltivazione in campo quando la pianta interagisce con i diversi fattori biotici e abiotici.

      Dall’introduzione delle piante geneticamente modificate (pgm) nel 1996 fino ad oggi a livello commerciale vi è un numero ridotto di tratti transgenici. Il 62% delle colture pgm è resistente agli erbicidi, il 16% agli insetti (piante Bt) ed il 21% ad erbicidi ed insetti, mentre solo meno dell’1% esprime altri tratti. Quattro colture dominano l’intera produzione biotech: soia, mais, cotone e colza. La produzione globale di piante geneticamente modificate è relegata quasi totalmente entro i confini di U.S.A., Brasile e Argentina.

      Nella valutazione delle piante geneticamente modificate ha una particolare rilevanza il flusso genico dalle piante transgeniche alle colture non transgeniche o specie affini selvatiche. I vantaggi apportati dalle colture resistenti agli erbicidi e agli insetti sono effimeri e rischiano di esacerbare problemi già presenti nell’agricoltura convenzionale a causa di fenomeni di resistenza adattativa e modifiche nelle comunità delle piante infestanti e nei parassiti degli agroecosistemi.

      La produzione delle attuali colture pgm è destinata per la maggior parte alla zootecnia e in quantità crescente alla produzione di biocarburanti. Sia la produzione zootecnica che quella di biocarburanti non sono coerenti con gli obiettivi sociali e ambientali adotti per l’introduzione delle pgm.

      L’agricoltura biotech non presenta nessuna discontinuità con il sistema agricolo convenzionale, insostenibile e destinato al fallimento con l’aumento del costo del petrolio. Al contrario l’agricoltura biologica si ispira ai sistemi naturali e cambia il paradigma produttivo, portando la produzione da un sistema lineare ad uno circolare con la legge del riciclo (low of return). L’agricoltura biologica rispetto a quella convenzionale riduce l’erosione del suolo, i costi energetici e le emissioni di gas serra mentre aumenta la biodiversità degli agroecosistemi e di conseguenza i servizi ecologici come l’impollinazione ed il controllo delle infestanti da parte degli uccelli. Va inoltre analizzato il rapporto tra scienza e società implicito nel dibattito sugli organismi geneticamente modificati, considerando il paradigma che sta alla base della kuhniana scienza normale che legittima le pgm in ambito agricolo.

Leggi tutto il testo in pdf : Critica alla dottrina delle piante geneticamente modificate

Resistenza No Tav. Barricate e scarponi


Resistenza No Tav. Barricate e scarponi È stata lunga la notte alla Maddalena di Chiomonte. Dove la resistenza popolare al Tav ha bloccato il primo tentativo di avviare dei lavori per la Torino Lyon. Per informazione e approfondimento ecco l’articolo che uscirà giovedì sul settimanale anarchico Umanità Nova. Notte tra il 23 e il 24 maggio. Il tam tam del movimento suona frenetico. Tutti al presidio Picapera di Vaie. Ci risiamo. La partita sul Tav torna a giocarsi in strada. Alle 21 nel prato davanti al Picapera l’assemblea dura poco: i movimenti di truppe, gli alberghi di Susa pieni di strani turisti, le veline dei giornalisti che assediano il movimento sono indizi che vanno tutti nella stessa direzione. Sarà per questa notte. Da sabato 21 maggio il presidio della Maddalena di Chiomonte è diventato permanente, le sedi di Martina e Ital.co.ge.dei fratelli Lazzaro, le ditte che hanno vinto l’appalto fantasma per la recinzione e l’allestimento del cantiere, sono presidiate dai No Tav. Non c’è bisogno di tante parole: il movimento è deciso a impedire la realizzazione del cantiere, non un chiodo deve essere piantato. Alcuni vanno a Susa per tenere d’occhio Italcoge e Martina, altri si fanno giri per la valle, altri ancora controllano la caserma di via Veglia a Torino. Ovunque ci sono occhi e orecchie. La maggior parte della gente parte per Chiomonte a rinforzare il presidio. Per qualche ora le motoseghe fanno sentire la loro musica. Sulla strada che dalla centrale Enel porta al sito archeologico della Maddalena cadono alberi, si ammassano pezzi di guardrail e vecchie traversine, qualche masso, tutto quel che c’è serve ad erigere la barricata. Alla fine solo su questa strada ce ne saranno ben sei. Altre chiudono ogni accesso da strade e sentieri. La notte è bella ma solo una falce di luna illumina le centinaia di No Tav, sparsi nei boschi, nel breve tratto di sterrata limitrofo all’autostrada. Tante ombre solidali si incrociano tra brevi brillii di lampadine tascabili. Intorno alle due in autostrada mezzi della Sitaf cominciano a piazzare i birilli per chiudere una corsia. Truppe e camion per la movimentazione di terra ci proveranno lì. Intorno alle due e mezza arriva Plano, il presidente della Comunità Montana assieme al sindaco Loredana Bellone. La questura li ha incaricati di invitare tutti ad abbandonare il presidio per far aprire una rampa per l’accesso dei camion. Dopo l’ovvio diniego corale, qualcuno invita Plano a fermarsi al presidio. Plano va via. Poco dopo l’autostrada viene chiusa a Susa ed arrivano mezzi e truppe. La maggior parte rimane ferma nella galleria: un bel po’ di sassi si riversano sulla corsia, sconsigliando di andare avanti. I primi mezzi, che invece erano riusciti a passare, si piazzano oltre, provano ad accendere un potente faro, i carabinieri scendono dai mezzi. Una buona mezz’ora di slogan, grida, canti. Poi cala il silenzio. Intorno alle quattro e mezza polizia e camion abbandonano l’autostrada. Per questa notte non sono passati. Ancora una volta uomini e donne, giovani e decisamente meno giovani si sono messi di mezzo, hanno fatto muro contro i signori del cemento e del tondino. La resistenza è cominciata. La lunga notte del 24 maggio non è che l’assaggio. L’UE ha stanziato 671 milioni di euro per la realizzazione della tratta internazionale della Torino Lyon e scalpita; governo ed opposizione hanno giocato parte delle loro fortune nel nord ovest sul Tav. Retorica e affari si mescolano: ora non possono più permettersi di tergiversare. Il tunnel esplorativo della Maddalena, propedeutico alla realizzazione della galleria-mostro di 54 chilometri sotto una montagna alta 3.500 metri, s’ha da fare. I progetti della tratta internazionale sono stati approvati in via definitiva, più indietro la procedura per la tratta nazionale – Settimo Torinese / Chiusa S. Michele. Hanno tagliato corto con procedure autorizzative e appalti. Questa volta, per cercare di dividere la resistenza, hanno coinvolto nell’affare anche imprese valsusine, da sempre con le mani in pasta in tutte le speculazioni della Valle, dall’autostrada alle inutili cattedrali olimpiche. E non solo: l’Italcoge ha appalti anche nella Salerno Reggio Calabria e in altri affari dove le mafie hanno affondato le mani. Lunedì 23 maggio gli operai Italcoge hanno incrociato le braccia perché non gli pagano il salario: una protesta vera o una forma di pressione per creare contrapposizione tra lavoratori e No Tav? Ancora non sappiamo ma il dubbio è legittimo. Lo scorso anno per fare un terzo delle trivellazioni “indispensabili” per definire il progetto hanno impiegato migliaia di uomini in armi, hanno massacrato di botte due No Tav, rischiando seriamente di fare il morto. Governo e opposizione sanno bene che l’opposizione all’opera è molto forte, specie nella bassa Val Susa. Ne sa qualcosa Mercedes Bresso, che sul Tav, ha perso la manciata di voti che ha consentito l’elezione del leghista Cota alla presidenza della Regione Piemonte. Nonostante ciò hanno deciso di giocare la loro partita. Nelle ultime settimane hanno provato a spaccare il fronte prospettando una realizzazione per fasi della nuova linea, rimettendo in gioco l’ipotesi del F.A.R.E. sponsorizzata dall’area di Sinistra e Libertà, dell’ex presidente della Comunità Montana, Antonio Ferrentino. Giochetti dilatori per allentare la tensione in Bassa Val Susa, dove sperano che la prospettiva di altri dieci anni di tregua ammorbidisca la reazione all’inizio dei lavori. Per vincere devono piegare il movimento. Questa è la posta in gioco più importante. Spezzare la resistenza di chi si oppone al Tav per indebolire le lotte contro le nocività nel nostro paese, facendo piazza pulita dell’anomalia valsusina. Il Tav tra Torino e Lyon è un ingranaggio di una macchina “legale” di drenaggio di soldi pubblici per fini privati. A destra come a sinistra, tutti siedono alla stessa tavola imbandita. Tutti raccontano le stesse favole di progresso e ricchezza, mentre si rubano il nostro futuro, mentre saccheggiano il territorio, mentre sottraggono risorse alla vita nostra e dei nostri figli. Grandi opere e guerra: è il motivo dominante di questi anni. Si spende per armi e soldati, si spende per arricchire i soliti pochi. Ma i soldi per le scuole, gli ospedali, i trasporti per chi studia e chi lavora non ci sono mai. Non c’è solo la partita con lo Stato, c’è n’è un’altra, tutta interna al movimento. Nel 2005 la gente No Tav poteva farcela senza delegare a nessuno, tanto meno ai professionisti della politica, il proprio futuro. Dopo tre giorni di blocchi, dopo la ripresa di Venaus, il governo convocò gli amministratori locali e chiese una tregua, offrendo in cambio un tavolo di trattative. Bastava dire no. Bastava dire che sulla vita, la libertà, la dignità non si tratta. Bastava resistere un minuto in più e avrebbero mollato: come a Terzigno, come a Scanzano. Bastava rifiutare la delega in bianco agli amministratori, dire che quel tavolo non lo volevamo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dopo sei anni siamo tornati alla partenza. Eppure nel movimento c’è ancora chi sostiene l’importanza dell’appoggio istituzionale, chi pensa che senza sindaci e amministratori non si vada avanti. Una parte del movimento è entrata nelle istituzioni con le liste civiche, altri guardano con simpatia ai Cinque Stelle. Certe lezioni sono difficili da imparare, anche quando te le insegnano vendendoti per un piatto di lenticchie. C’è sempre qualcuno che pensa si possa giocare al gioco dei potenti facendoli fessi. L’attuale presidente della Comunità Montana, lo scorso sabato alla marcia tra Rivalta e Rivoli con uno spezzone di amministratori con la fascia tricolore, ha sostenuto sino all’ultimo la trattativa, legittimando l’Osservatorio Virano, che passo dopo passo ha portato al nuovo progetto per la Torino Lyon. Poi le sirene del potere hanno intonato la loro canzone: Plano poteva vincere la poltrona di presidente della Comunità Montana solo con l’appoggio delle liste civiche. Con l’eleganza tipica dei professionisti della politica ha fatto una giravolta, un mezzo inchino, ha incamerato i voti ed è tornato in piazza. Con lui tanti sindaci ed amministratori che cambiano casacca a seconda del vento che tira. Ci attende una lunga estate di lotta e resistenza. Il governo metterà in campo tutta la sua forza: uomini in armi per le strade, una campagna di criminalizzazione mediatica, il solito gioco di dividere i buoni dai cattivi. Il governo non guarda in faccia nessuno: sono gli stessi che hanno costruito i campi – tende per immigrati e profughi, gli stessi che bombardano Gheddafi dopo averlo baciato ed abbracciato. Parlano di diritti umani e li traducono in bombe e deportazioni, parlano di diritti umani e fanno accordi per il respingimento in mare che hanno ucciso migliaia di uomini, donne e bambini. Sono gli stessi che dichiarano illegale un uomo solo perché povero e senza carte. In questo paese la legalità sono vent’anni di cantieri, inquinamento, taglio delle falde, rumore, camion, discariche. Legalità sono i militari in strada, la guerra, le bombe e l’occupazione in Afganistan. Legalità sono i regali fatti ai padroni, che lucrano sulle vite di chi lavora e si prendono i beni comuni. Legalità è imporre con la forza un’opera che non vogliamo. Legalità è il Tav. Se lo Stato dice che un uomo è illegale, perché nato povero, se lo Stato dice che difendersi dalla speculazione è illegale, se il presidio di Chiomonte è illegale, sono in tanti a chiedersi se ciò sia legittimo. Sinora il movimento ha reagito con decisione e con forza alla violenza dello Stato, bloccando strade e autostrade, fermando treni e costruendo barricate. Il movimento ha saputo resistere, ben sapendo che certe azioni erano illegali. Ancora una volta nei coordinamenti comitati e nelle assemblee è forte l’impegno a mettersi in mezzo, sapendo che è illegale. Ancora una volta abbiamo spezzato una rete, violato un confine, fatto una barricata, sapendo che è illegale. Ma non basta, non può bastare. Questa volta occorre resistere finché non mollano. La libertà non si mendica ma si prende, le regole di un gioco truccato devono essere violate. Solo costruendo un percorso di autogestione dal basso dei territori e della politica potremo cambiare di senso alla storia. Il gusto dell’autogestione, la voglia di autogoverno possono trovare impulso nella lotta dei prossimi giorni e mesi. In questo snodo politico è il valore aggiunto dei No Tav, qui è la scommessa che i libertari hanno fatto e fanno in questa lotta. Una lotta che merita il sostegno attivo del nostro movimento. Tenete i telefoni accesi. Tra Torino e la Val Susa si dorme con un occhio solo, gli scarponi accanto al letto, lo zaino già pronto. Serve appoggio. Ovunque. Maria Matteo da fat-inrete.it ________________________________________ A – I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici Per, gli, sugli anarchici Send news reports to A-infos-it mailing list A-infos-it@ainfos.ca Subscribe/Unsubscribe http://ainfos.ca/cgi-bin/mailman/listinfo/a-infos-it Archive http://ainfos.ca/it

Chi invade chi?

galleria nutria


galleria T.A.V.

Negli ultimi anni si e` fatto un gran parlare di specie invasive/aliene. Ne hanno parlato tutti:  ecologi, ambientalisti, biologi, amministratori locali, politici nazionali, cacciatori, giornali…

Ma che cos’e` una specie aliena/invasiva?

Con termine alieno  in biologia si intende una specie vivente alloctona (animale, vegetale o fungo) che, per opera dell’uomo si trova ad abitare e colonizzare un habitat diverso dal luogo d’origine.Una specie aliena diventa invasiva solo quando si riproduce allo stato selvatico e le sue popolazioni cominciano ad espandersi.

Il problema reale (quando c’e`) non e` tanto che questi organismi arrivano da altri ambienti, regioni geografiche o continenti. Le migrazioni fanno parte del normale equilibrio degli ecosistemi permettendo spesso la colonizzazione di ambienti vergini (specie pioniere), la ricolonizzazione di ambienti che hanno subito un forte disturbo o semplicemente ne aumentano la biodiversita` specifica e genetica.

Il reale problema e` quello che potremmo definire a-sincronia tra tempi ecologici/biologici e tempi storici/antropici. I tempi storici sono molto piu` veloci di quelli naturali per cui l’ambiente non riesce a metabolizzare i cambiamenti antropici ritrovando un equilibrio. La continua e crescente immissione di specie esotiche puo` dunque causare anche dei gravi problemi all’ecosistema, specie se avviene in ecosistemi gia` fortemente disturbati dalle attivita` antropiche. Un esempio banale e` quello della robinia pseudoacacia, specie nordamericana che ha colonizzato gli ecosistemi europei gia` fortemente devastati dalle attivita` agricole e di espansione urbana, quest’ultima era arrivata in Europa secoli fa come specie ornamentale.

Quali le cause?

Il trasferimento volontario di specie da parte dell’uomo e` sempre legato allo sfruttamento degli animali e degli ecosistemi. Le cause piu` frequenti sono introduzioni per caccia (Es. cinghiale ungherese in Italia, coniglio in Australia), pesca (Es. pesce siluro nel Po), per l’industria della pelliccia (nutria in Italia, visone in diversi paesi europei), per lo sfruttamento alimentare (Es. maiali su alcune isole tropicali), per motivi ornamentali o attrattivi (Es. robinia in tutta l’Europa, l’alga Caulerpa taxifolia sfuggita dall’acquario di Montecarlo), come animali da compagnia (scoiattolo grigio nel Nord Italia o tartarughe dalle orecchie rosse in quasi tutta l’Europa). Ci possono ache essere cause involontarie dovute alle attivita` umane, come il traffico di merci (Es. alghe tossiche arrivate nell’Adriatico con le acque di zavorra delle navi) o cause globali come i cambiamenti climatici causati dall’uomo, che stanno portando e porteranno sempre piu` alla migrazione di molte specie. Questi sono solo alcuni esempi, le cause e gli effetti di questo fenomento sono destinati a crescere come conseguenza della globalizzazione.

I rischi?

Il pericolo e` che queste nuove specie mettano a rischio la stabilita` degli ecosistemi in cui sono introdotte diminuendone la biodiversita`. Questo puo` avvenire perche´ nel nuovo habitat non ci sono predatori in grado di controllare il nuovo organismo o perche´ gli organismi autoctoni non sono in grado di sostenere la pressione predatoria della nuova specie, non essendosi evoluti nel medesimo ecosistema. Ci possono essere problemi di competizione con specie indigene che ricoprono nicchie ecologiche simili. Nel caso di introduzione di specie o sottospecie simili a quelle autoctone potremmo avere casi di imbreeding o outbreeding che diminuiscono la vitalita` e la fitness della popolazione della specie originaria. Anche la trasmissione di nuove patologie, a cui solo la specie aliena e` resistente possono portare alla perdita della popolazione autoctona. Questi effetti non avvengono ogni qualvolta viene introdotta una nuova specie ma sono piu` probabili quando l’ambiente di introduzione e` fragile ed isolato (Es. un isola) o quando e` gia` disturbato da attivita` antropiche. Purtroppo molte volte questo si e` concretizzato con la perdita o la riduzione delle specie indigene. Oggi le specie invasive sono considerate una delle principali minacce alla biodiversita`, dopo la distruzione degli habitat e lo sfruttamento degli ecosistemi.

Cosa fare, quali soluzioni?

L’unica soluzione reale e` porre fine alle modifiche antropiche degli ecosistemi e allo sfruttamento degli annimali prevenendo cosi` questo fenomeno. Noi crediamo realmente che l’introduzione da parte dell’uomo di specie alloctone sia un rischio per gli ecosistemi ma non crediamo a nessuna delle soluzioni proposte da amministratori e pseudoscienziati che non tengono conto di una visione olistica e reale del fenomeno ma si limitano ad una demagogica «caccia alle streghe».

Ma perche´ allora si parla cosi tanto di questo fenomeno mentre si tace su ben piu` gravi e certi disastri ambientali?

I motivi sono diversi come gli interessi che celano. Per i cacciatori queste specie sono vittime a buon mercato che nessuno difenderebbe, permettendo anche quella retorica immagine del cacciatore come selezionatore e tutore dell’equilibrio degli ecosistemi che si tenta di sdoganare negli ultimi anni. Una doppietta non avra` mai niente a che fare con la selezione naturale, processo molto complesso in cui preda e predatore sono in equilibrio e i cui carratteri selezionati a vicenda si modificano continuamente in risposta all’ecosistema. Sulla selezione non naturale da parte dell’uomo vi segnaliamo questo articolo: http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?IDLYT=283&Code=Pikaia&ST=SQL&SQL=ID_Documento=4364&CSS=Dettaglio

A molti politici ma anche scienziati la battaglia contro le specie invasive permette di mostrarsi decisi e forti nell’affrontare i problemi ambientali. Quando si tratta di eliminare piccoli animali indifesi sono tutti pronti, ma taciono di fronte alle continue devastazioni ambientali come TAV, centrali nucleari, inquinamento industriale e in generale al nostro stesso sistema di sviluppo perche´ questo li porterebbe a scontrarsi con i poteri forti (economici e politici) a cui buona parte degli «esperti scienziati» sono sempre pronti a prostituirsi intellettualmente, magari nascondendosi dietro alla falsa neutralita` della scienza.

Nell’ultimo periodo la retorica contro le specie alloctone si e` caricata anche di un velato nazionalismo, si potrebbe quasi parlare di xenofobia verso alcuni animali ormai capri espiatori per tutti i problemi ambientali, come la nutria. Questa demagogia la troviamo spesso in alcuni discorsi che ci parlano di patrimonio faunistico nazionale minacciato dalle specie aliene, negli stessi discorsi ovviamente non si mette mai in dubbio la caccia e la pesca, reale minaccia per la biodiversita` globale e spesso principale causa dell’introduzione massiccia di specie alloctone (vedi articolo LAC : http://www.abolizionecaccia.it/index.php?id=202&tx_ttnews%5Btt_news%5D=2343&tx_ttnews%5BbackPid%5D=8&cHash=0a2a4e5ed9).

In alcuni casi il fenomeno delle specie aliene, che come abbiamo gia` sottolineato e` causato dalle piu` diverse forme di sfruttamento degli animali, viene invece usato per diffamare il movimento animalista radicale e le liberazioni di animali rinchiusi in dei veri e propri lager. In alcuni casi sono proprio delle associazioni ambientaliste riformiste a muovere queste squallide ed infondate accuse. Spesso si legge che le nutrie si trovano in Italia a causa di azioni di ecoterrorismo, mentre in realta` con il fallimento degli allevamenti di pelliccia di nutria, gli animali superstiti sono stati liberati dai padroni di questi lager per evitare ulteriori costi.

Assodato che l’introduzione antropica di specie alloctone puo` essere in alcuni casi una minaccia alla biodiversita`, riportiamo ora il discorso sulle specie invasive nella realta` guardando anche il contesto che ci circonda purtroppo, ogni giorno.

Un caso emblematico e rappresentativo di «crimnalizzazione» di una specie alloctona e` quello della nutria (Myocastor coypus).

Per esempio, la nutria e` accusata di provocare danni agli argini dei fiumi con le sue tane. In realta` la nutria scava delle tane non molto profonde (circa tre metri), percio` e` impossibile che causi dei veri e propri danni agli argini. I veri danni che mettono a rischio la sicurezza di tutti in caso di piene sono quelli causati dalla gestione umana dei corsi d’acqua. Negli anni l’uomo ha reso sempre piu` fiumi lineari eliminando tutte quelle insenature che diminuiscono naturalmente l’energia dell’acqua che scende lungo il corso fluviale, lo stesso avviene quando viene eliminata la vegetazione spontanea che cresce sulle rive e sugli argini aumentando cosi anche l’erosione di quest’ultimi in caso di alluvioni. E` ridicolo accusare le piccolissime gallerie delle nutrie di danni idrologici, MAI PROVATI, mentre nel Muggello la linea dell’alta velocita` con i suoi 74 Km di gallerie ha devastato l’assetto idrogeologico della regione, intercettando e prosciugando falde acquifere, pozzi e diversi torrenti (spariti o quasi 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi, 5 acquedotti: in tutto 100 chilometri di corsi d’acqua), IL TUTTO E` PROVATO (anche da un processo con tanto di condanne per i danni ambientali). Ovviamente il copione e` destinato a ripetersi in Friuli Venezia Giulia, se si realizzera` la linea ad alta velocita` Venezia/Divaccia vista la complessita` e fragilita` idrologica di questa regione, che sarrebbe probabilmente attraversata da 50 Km di galleria in territorio carsico. Ma il pericolo sono le gallerie delle nutrie per gli amministratori locali e i politici nazionali, forse sara` perche´ le gallerie delle nutrie non costano 96,4 milioni di euro per Km ai cittadini italiani (dato riferito alla Bologna/Firenze) o magari qualcuno potrebbe pensare malevolmente che sia perche´ le nutrie non hanno amici politici corrotti che gli forniscono appalti pubblici in cambio di tangenti.

Per saperne di piu` su questo bellissimo animale vi consigliamo il sito: http://nutria-myocastor.blogspot.com

Ma allora cosa si fa di concreto per evitare che arrivino queste specie alloctone, almeno quando possibile?

Assolutamente niente, non si vieta l’importazione di animali esotici strappati ai loro ambienti naturali, non si chiudono gli allevamenti di animali da pelliccia, gli zoo, gli acquari; non si vietano le introduzioni per caccia e pesca. E non si fara` mai niente di concreto, come la prevenzione dell’arrivo di nuove specie, perche´ lo sfruttamento di queste ultime ha enormi interessi economici. Le stesse regioni che danno l’ordine di assassinare le nutrie introducono o vorrebbero introdurre pesci esotici per divertire sadici pescatori, questo avviene in Veneto per esempio.

La falsita` ed inconcretezza delle leggi in materia e` evidente nel caso della tartaruga americana Trachemys scripta elegans, conosciuta come tartaruga dalle orechie rosse, diventata una specie aliena in tutta Europa a causa dei continui abbandoni. Oggi la vendita della sottospecie Trachemys scripta elegans e` stata vietata ma e` liberamente vendibile la sottospecie Trachemys scripta scripta, conosciuta anche come tartauga dalle orecchie gialle, sempre originaria dell’America. Oggi nei negozi e sulle squallide bancarelle delle fiere, le tartarughe dalle orecchie rosse sono state sostituite da quelle dalle orecchie gialle e allo stesso modo sono destinate ad essere abbandonate nei corsi d’acqua europei per poi diventare specie aliene. Non si capisce perche´ non dovrebbe capitare anche con queste, come e` capitato con le precedenti conspecifiche.

Questa legge, come tutte le leggi, ha un intento solo di facciata per non toccare i traffici e gli sfruttatori che si celano dietro al fenomeno delle specie invasive.

Tutto questo mentre le popolazioni di Trachemys negli habitat naturali sono sempre piu` depauperate.

Cio` che oggi invade la vita di tutti noi in ogni attimo, umiliando le nostre stesse esistenze, non sono specie animali o vegetali di altri continenti ma tutte quelle forme di sfruttamento degli ecosistemi, mosse da un sistema di sviluppo suicida che ci allontana dalla natura. L’unica vera specie invasiva e` l’homo sapiens che si e` allontanato dall’equilibrio naturaleaddomesticando piante ed animali.

CALCOLARE LA PROPRIA IMPRONTA ECOLOGICA

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.”

Seattle, Capo indiano

L’ impronta ecologica potrebbe essere brevemente definita come la superficie di pianeta necessaria a sostenere in modo diretto ed indiretto il nostro stile di vita. Nel calcolo del impronta ecologica di una persona si deve tener conto dell allimentazione , del tipo di trasporti utilizati , del tipo di abitazione , della produzione di rifiuti e …..( Per ulteriori informazioni sul IMPRONTA ECOLOGICA :    http://www.gdrc.org/uem/footprints/index.html

Per esempio se valutiamo l’impronta ecologica di un vegano dovremmo considerare la quantita di terreno necessaria per sostenere la sua dieta , la stessa valutazione puo essere fatta per un carnivoro.

Ovviamente i risultati saranno radicalmente diversi visto che per produrre un kg di proteine animali servono 4,5 kg di proteine vegetali ,lo stesso terreno che serve a dare una bistecca  per una persona potrebbe fornire legumi per 8 / 9 persone. Questo perche la fonte prima d’energia e sempre il sole , i primi ad assimilare questa energia sono i produttori primari autotrofi ( piante , batteri autotrofi ) poi quest’energia passa ai consumatori primari e poi a quelli secondari eterotrofi  ( carnivori ).Ad ogni passaggio c’e una perdita d’energia che dipende dal efficenza del assimilazzione parte del energia e persa per entropia , parte non puo essere assimilata o  viene usata per mantenere l’organismo.Lenergia totale in entrata ed in uscita e teoricamente la stessa l’energia come la materia non si crea e non si distruggie ma viene a diminuire la sua disponibilita , l’exergia.

Qui potete trovare alcuni siti dove con l’aiuto di alcuni semplici programmi potete calcolare la vostra IMPRONTA ECOLOGICA :  http://www.ecologicalfootprint.com/ ; http://www.epa.vic.gov.au/ecologicalfootprint/globalfootprint/index.asp

Il punto di non ritorno del clima

Nei cartoni animati, il Vilcoyote passa spesso un “punto di non ritorno”, ovvero si trova a oltrepassare l’orlo di un precipizio. Poi, continua a camminare per un po’ sul nulla finché non se ne accorge e solo allora precipita nel vuoto. Potrebbe darsi che qualcosa di simile stia capitando anche a noi con il clima terrestre. Ovvero potremmo essere vicini – o addirittura aver passato senza accorgercene– una soglia climatica che ci potrebbe portare a un rapido e incontrollabile riscaldamento globale.

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Nelle tante discussioni sul ruolo umano nel cambiamento climatico, un’obiezione abbastanza comune è che “il clima è sempre cambiato, quindi l’uomo non c’entra niente”. C’è chi va oltre. facendo notare che , nel remoto passato, ci sono stati dei periodi in cui la concentrazione di biossido di carbonio (CO2) era molto più alta dell’attuale. Già in un post precedente abbiamo visto un esempio di questo ragionamento in un’intervista a Nicola Scafetta pubblicata su “Il Giornale” del 25 ottobre 2009 dove si trova, fra le altre cose l’affermazione che “La Terra in passato, nel periodo cosiddetto Cambriano, 500 milioni d’anni fa, ha avuto già occasione di raggiungere questo presunto punto di non ritorno, quando la concentrazione di CO2 fu non 1,2 volte superiore ai livelli pre-industriali, com’è oggi, bensì 20 volte, diconsi 20, più elevata”. Ma il Cambriano era molto più caldo di oggi, circa 8 gradi in più in media, e la concentrazione di CO2 è proprio quello che ci aspetteremmo per queste temperature, tenendo presente che il sole, a quell’epoca, era un buon 6% meno intenso di oggi. In ogni caso, non è particolarmente rassicurante sapere che 500 milioni di anni fa c’era tanto CO2 se questo corrisponde a delle condizioni climatiche nelle quali la civiltà umana non potrebbe esistere nella forma che conosciamo. In effetti, potrebbe bastare anche molto meno CO2 di quanto ce ne sia stato nel Cambriano per arrivare a delle condizioni climatiche assai poco confortevoli per noi. Non è nemmeno detto che sia necessario immettere direttamente tutto questo CO2 nell’atmosfera per arrivarci. Il pianeta stesso potrebbe reagire alla perturbazione causata dall’uomo emettendo ulteriori gas serra e generando un effetto valanga. Questo è il concetto di “tipping point” (“soglia climatica”) di cui si parla molto in questi ultimi tempi. Oltre questa soglia climatica, il rapido rilascio di gas serra potrebbe riscaldare la terra al punto da farla diventare “un altro pianeta” come ha detto il climatologo James Hansen, per esempio in un articolo intitolato “la spada di Damocle”. Ora, da dove viene fuori l’idea di questi fenomeni drastici? Quando si parla di climatologia, la prima cosa che viene in mente sono i modelli climatici. Ma il fatto che esistano soglie critiche del clima non viene da modelli teorici: è qualcosa che sappiamo che può accadere perché è già accaduta nel passato. Per esempio, la figura fa vedere l’andamento delle temperature negli ultimi 400.000 anni. È un grafico famoso, derivante dai dati dei carotaggi in Antartide che ha fatto vedere anche Al Gore nel suo film “una verità scomoda” Dal grafico, notiamo molti salti bruschi da caldo a freddo e da freddo a caldo. Ognuno di questi cambiamenti può essere visto come un passaggio attraverso una soglia climatica. Vedete come l’ultimo cambiamento brusco è avvenuto circa 11 mila anni fa, quando siamo emersi da un’era glaciale per arrivare nelle condizioni attuali. In Antartide sono stati circa dieci gradi in più in qualche secolo. Probabilmente la variazione sulla temperatura media planetaria è stata minore (5-6 gradi) ma in ogni caso è stata una bella botta: una differenza impressionante fra prima e dopo. Durante l’era glaciale, gran parte dell’emisfero nord era schiacciato da un’immensa massa di ghiaccio, il  livello del mare era molto più basso di oggi e fauna e flora erano distribuiti diversamente, come pure la circolazione delle correnti oceaniche. Fra prima e dopo, si può parlare di due pianeti diversi, o quasi. Ciascuno di questi salti può essere visto come un “punto di non ritorno” sulla scala dei tempi della civiltà umana anche se, a lungo andare, il cambiamento non è irreversibile. Così, nell’arco delle centinaia di migliaia di anni, il clima terrestre è stato un ottovolante che salta bruscamente da fasi glaciali e fasi interglaciali. Perché questi salti? Ne conosciamo abbastanza bene le ragioni per quanto riguarda la fase climatica dell’ultimo milione di anni. Sono cambiamenti correlati all’asimmetria della distribuzione dei continenti. Questa asimmetria fa si che il pianeta assorba la radiazione solare leggermente di più o di meno a seconda di come è orientato l’asse terrestre rispetto alla distanza dal sole. Ci sono diversi parametri di origine orbitale che hanno effetto su questa orientazione e che variano con una ciclicità dell’ordine delle decine fino alle centinaia di migliaia di anni. L’effetto globale è detto “ciclo di Milankovich” dal nome dello scopritore. Sono perturbazioni deboli, ma sufficienti per scatenare dei cambiamenti drastici attraverso una cascata di effetti che si rinforzano. Uno di questi effetti di rinforzo è l’aumento della concentrazione di CO2 che si vede benissimo dai dati dei carotaggi glaciali. Basta poco per passare da un mondo bello caldo come il nostro a un’era glaciale e ancora meno per sciogliere i ghiacciai e schizzare in alto in un periodo interglaciale. Un ottovolante climatico, appunto. Se il clima è così instabile anche di fronte a perturbazioni deboli ci possiamo domandare quale sarà l’effetto di una perturbazione che potrebbe essere molto più forte: i gas serra generati dall’uomo. Qui, possiamo ragionare seguendo i risultati dei modelli climatici, ma possiamo anche cercare esempi del remoto passato. E ne troviamo parecchi in epoche più remote di quelle che abbiamo considerato fino ad ora. Uno di questi esempi risale a 55 milioni di anni fa, al confine fra le ere dette Paleocene e Eocene e viene detto il massimo termico del paleocene-eocene, PETM dalle inziali dei termini inglesi. Il PETM è stato un salto climatico brusco con un aumento medio della temperatura di circa 6 gradi. Il riscaldamento è stato accompagnato da anossia (riduzione della concentrazione di ossigeno nell’atmosfera), arresto delle correnti oceaniche, estinzioni di massa e altri effetti che troveremmo sicuramente spiacevoli se si verificassero oggi. Chi lo avesse vissuto a quell’epoca lo avrebbe visto come un “punto di non ritorno”, un salto verso un pianeta diverso. Purtroppo, per queste epoche remote non possiamo avere i dati dettagliati e completi che abbiamo dai carotaggi polari per l’ultimo milione di anni. Ma possiamo utilizzare altri indicatori, detti “proxy”, che ci danno dei dati su temperature e concentrazioni di gas. Molti dati sul PETM li trovate in questo articolo su “Nature”. Sembra proprio che il riscaldamento sia stato causato da un aumento rapido e imponente della concentrazione di carbonio nell’atmosfera. Da dove è arrivato questo carbonio? L’ipotesi più ovvia è che sia stato il risultato di un’eruzione vulcanica. Ma non ci sono evidenze chiare di processi che abbiano potuto scaricare nell’atmosfera quantità di CO2 sufficienti per un cambiamento così drastico. Per questo, alcuni ritengono che il CO2 emesso dall’attività vulcanica sia stato soltanto un precursore a quello che è stato il vero killer: il rilascio del metano da composti che lo contengono, detti “idrati” o,  più correttamente, “clatrati”  Questi composti sono formati da metano di origine biologica che rimane intrappolato dentro il ghiaccio ad alte pressioni in quello che si chiama il “permafrost”. Se la temperatura sale, gli idrati si decompongono e il metano viene rilasciato nell’atmosfera. Il metano è un gas serra molto potente e il suo rilascio genera ulteriore riscaldamento. Questo riscaldamento causa ulteriore rilascio e così via. Il metano viene gradualmente trasformato in CO2 nell’atmosfera ma questo non cambia il meccanismo della reazione a catena e, siccome la quantità di metano contenuta negli idrati è immensa, si scatena un meccanismo inarrestabile. C’è chi chiama questo meccanismo il “cannone a clatrati” (“clathrate gun”) e si capisce bene perché. I clatrati di metano sono una vera bomba climatica. Non tutte le estinzioni di massa del passato sono state causate dagli stessi meccanismi ma sembra probabile che in molti casi siano siano state causate da un brusco aumento di temperature correlato all’aumento della concentrazione dei gas serra. Oltre al PETM, un altro esempio è quello della più grande estinzione di massa di tutti i tempi, quella della fine del Permiano, 250 milioni di anni fa. Questa estinzione sembra correlata a un evento vulcanico avvenuto in Siberia. A quel tempo, circa due milioni di chilometri quadrati di superficie terrestre sono stati sommersi da un immenso flusso di lava basaltica. L’effetto dell’eruzione è stato di immettere un’enorme quantità di CO2 nell’atmosfera. Forse ha anche generato il rilascio degli idrati di metano. Insomma, esiste la possibilita’ che sia stato un altro colpo del cannone a clatrati a sterminare gran parte della vita sulla terra a quel tempo. Ci sono voluti parecchi milioni di anni per riassorbire i gas serra emessi e far ritornare il pianeta in condizioni “normali”. Ma per le specie che si sono estinte a quel tempo, l’evento è stato una soglia di non ritorno. Ci sono molte cose che non sappiamo a proposito del clima del passato, ma una cosa appare sempre più certa via via che i dati si accumulano: il clima terrestre è fragile ed è soggetto a bruschi salti o “soglie” per diversi componenti del sistema climatico. Non possiamo dire con sicurezza se e quando passeremo una soglia di non ritorno, ma sappiamo che queste soglie esistono e che possiamo arrivarci immettendo nell’atmosfera quantità molto elevate di CO2. Questo sta cambiando le prospettive della situazione. Se prima si poteva sostenere in buona fede che un moderato e graduale riscaldamento planetario poteva non essere una cosa cattiva; adesso non si può trascurare la la prospettiva di superare una soglia climatica e di ritrovarsi in grossi guai in tempi anche rapidi. Cerchiamo allora di non fare la fine del Vilcoyote; fermiamoci prima di aver passato l’orlo del precipizio. .

Testo di: Ugo Bardi Tratto da www.climalteranti.it


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